Nei magici '70 spopolava la moda cinematografica di radunare una massiccia dose di star hollywoodiane, farle salire su un mezzo di trasporto qualsiasi e augurare loro buona fortuna mentre le si lasciava in balìa delle avventure più disastrose via terra, aria o mare.
Sophia Loren optò per le ben più rassicuranti ferrovie svizzere e si unì ad un cast di tutto rispetto: il caso giudiziario O.J. Simpson, la compianta Alida Valli, il fusto Ray Lovelock, la ex terremotata Ava Gardner, il prestante Martin Sheen, papà del più noto Charlie, il mitico Lee Strasberg fondatore della rinomata scuola per attori a Los Angeles e via discorrendo.

Sotto l'abile regia del greco George Pan Cosmatos - noto per aver diretto anche Silvester Stallone in
Rambo II e
Cobra e per essere stato un estoverso ammaliatore di troupe, attori e produttori - al grido "tutti in carrozza" ha inizio il peggiore incubo ferroviario che si possa mai immaginare. Ritardi dei treni? Perdita del bagaglio? Guasto meccanico sulla linea? Macchè! Tutto comincia per colpa di un passeggero clandestino che si è intrufolato sui vagoni in partenza per Stoccolma eludendo la sorveglianza del capostazione, un certo Max della fortunata serie "Cuore e batticuore". E vabbè, è uno senza biglietto! Sì, ma questo c'ha pure una malattia infettiva che ha contratto qualche minuto prima mentre - con due complici rimasti feriti sotto i colpi delle guardie della sicurezza - cercava di perpetrare un attacco terroristico alla sede dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di Ginevra.
Finito in un laboratorio che coltiva batteri a scopo bellico, durante la sparatoria dalla quale si salverà contrae malauguratamente un virus letale per via della rottura di un'ampolla di vetro. Le autorità lo individuano a bordo treno e il colonnello MacKenzie - Burt Lancaster - apre il suo quartier generale ove presiede alle operazioni di quarantena insieme ad una bravissima e speranzosa dottoressa - Ingrid Thulin - che si batterà sino alla fine, pur di salvare le anime del purgatorio stipate sui binari. Ma le intenzioni governative sono ben altre: dirottare il treno verso il traballante ponte
Cassandra Crossing, in un campo ormai isolato della Polonia - un tempo destinato ai prigionieri di guerra - per farlo precipitare e mettere tutto a tacere in fondo ad un burrone. Nemmeno la recuperata guarigione dell'equipaggio, dovuta all'ossigeno arricchito riuscirà a distoglierle dall'insano progetto di deragliamento.
Le Viaduc de Garabit (1884)
- realizzato da Alexandre Gustave Eiffel nel massiccio centrale del Cantal in Francia -
Sito web 
I treni vengono presidiati da improbabili uomini in tenuta lunare e piombati, in un vago ricordo di quelli usati per le deportazioni naziste verso i campi di concentramento. Di lì a poco, scatta anche l'ammutinamento dei passeggeri capeggiati da un altro medico, Jonathan Chamberlain - Richard Harris - che cercherà con tutti i mezzi possibili di bloccare la corsa verso morte sicura, dato che il
Cassandra Xing - linea dismessa dal 1948 - non riuscirebbe mai a reggere il carico di tutte le carrozze.



In questo
buffèt di riminiscenze tra il nazista ed il mitologico - Cassandra era infatti la bellissima e grande veggente greca, figlia di Priamo re di Troia ed Ecuba, che portava una jella pazzesca in quanto profetizzava solo sfighe - si consuma
un film straordinario, le cui pecche furono nella
location - i vagoni troppo claustrofobici per un dramma d'azione hollywoodiano - e nella matrice inevitabilmente europea che finisce per togliere spazio alle americanate tanto osannate dal pubblico.

Ava Gardner è irresistibile: salita a bordo con uno gigolò che ha conosciuto a Cortina (Martin Sheen) e che ha nascosto nella sua trousse chili di stupefacenti, è l'unica a sdrammatizzare il pesante calvario, aggravato dalla palpabile ansia di Sophia Loren e dalla geniale musica - davvero meritevole di un Oscar - di Jerry Goldsmith.
La produzione fu curata da Carlo Ponti, marito della Loren. La trama fu stesa dallo stesso Pan Cosmatos con l'aiuto di Robert Katz. Molti degli interni e degli effetti speciali ebbero luogo nella nostra Cinecittà.
Incongruenze, in una operazione così faticosa che dura oltre le due ore non potevano mancare. Frequente è il cambio di una carrozza con l'altra durante le soggettive aeree. Lo stesso dicasi per le lacune logiche. Facile sarebbe stato tirare una delle tante leve d'emergenza per bloccare l'"inarrestabile" corsa del mezzo, mentre i personaggi preferiscono scannarsi sino al sacrificio del povero Kaplan - Lee Strasberg - che, in un gesto eroico e disperato, complice il gas propano liberato dalla Loren fa saltare con un accendino acceso se stesso e il vagone ristorante di mezzo per spezzare in due il convoglio e renderlo più leggero, in vista dell'attraversamento del ponte pericolante e in disuso da anni.
Tutta la pellicola è tesa verso di esso, che è l'enorme protagonista metallico dell'immaginario collettivo, della sceneggiatura e della chiusa finale - con la centrifuga dei malcapitati - e che compare spesso, immerso in un silenzio minaccioso e spettrale con i propri bulloni arruginiti e fuori posto diventando ossessione e appuntamento improcrastinabile, man mano che il chilometraggio si riduce.

Come la profezia sulla distruzione di Troia, anche quella sul crollo del ponte verrà presa sottogamba, non come nella tradizione greca per volontà di Apollo che aveva privato Cassandra del dono della credibilità sputandole sulle labbra dopo essere stato da lei respinto, ma per la dolosa cecità delle forze militari americane, pronte a coprire il segreto al prezzo della pelle altrui.
Riuscirà la parte anteriore del convoglio a giungere all'estremità opposta senza danno? E' una domanda che rappresente un po' la metafora della vita, quando ci si lancia nel vuoto senza rete. Ovviamente, in un film catastrofico la risposta è ovvia. Ma una domanda ancor più legittima è: per che accidente non ne fanno più, di film così?












