Stanno uccidendo i notai è una lettura imperdibile.
Quando addocchiai questo libro, fui subito catturato dall'idea di fondo: un serial killer torinese che fa fuori la categoria notarile lasciando presso ogni cadavere un messaggio.
Non un pezzo di carta qualunque tuttavia, ma un atto notarile vero e proprio che riformula con sarcasmo lo schema giuridico dei contratti più disparati. Come un vero e proprio pubblico ufficiale, dopo aver compiuto il delitto l'assassino lo ammanta con formule legali che ridicolizzano e distorcono sia il pubblico ufficio sia l'omicidio, a volte particolarmente violento. Le morti vengono così siglate con mutui tra la farmacia "cedente", dove ha comprato la sostanza letale e la vittima "cessionaria" del veleno stesso.
Oppure con atti di divisione o scioglimento tra l'ucciso "nudo proprietario" delle parti anatomiche del suo corpo e le parti stesse che il killer da esso divide come fossero "pertinenze".
E' un'irresistibile satira gialla scandita in articoli anzichè in capitoli e dallo stile a tratti "dadaista", volta ad irridere il mondo giuridico - e dei notai in primis - frangendone l'atmosfera per definizione un po' troppo paludata.
La fauna umana che lo popola è descritta in modo a tal punto comico da abbattere l'idea troppo preconcetta che uno potrebbe avere dei professionisti legali.
Uno fra tutti merita menzione il personaggio di Lucia Moranti che, divenuta cieca, getta nello scompiglio l'intera classe forense costretta a chiedersi: può una notaia che deve di solito autenticare firme e identità dei clienti esercitare da non vedente? Partono procedimenti per spodestarla dalla sua funzione ma lei li fa rimbalzare e resiste, affina il cosidetto sesto senso e diventa capace persino di riconoscere i movimenti facciali di coloro che le siedono davanti, i loro sospiri e le strizzate d'occhio che questi credono di scambiarsi a sua insaputa nel tentativo di fotterla. La Moranti così fotte loro e anche chi voleva degradarla e vince. Ma sarà poi una delle prime vittime.
Lo stesso protagonista del romanzo - Lorenzo Capasso - è un notaio atipico poichè di giorno condivide ufficio e schermaglie con la moglie Amalia e un plotone di segretarie ostili e schierate dalla parte della consorte, che gli fanno il dito non appena volta loro le spalle; di notte, invece, accompagnato dalla fedele Valntina "La Praticante" - così definita non so con quanta malizia - raggiunge clienti poco ortodossi come prostitute e satanisti per regolarizzare la loro attività, stilando atti e protocolli e portando il suo ufficio mobile tra persone incappucciate, passeggiatrici e spacciatori di pasticche. Proprio così, perchè anche l'attività delinquenziale esige che i patti vengano rispettati e pretende che i contratti siano redatti da una persona degna di stima e al di fuori del giro.
Dal canto suo l'assistente, che agli occhi di tutti passa per essere la sua amante, è affetta da una rara malattia emozionale che non le permette di provare sentimenti troppo forti e proprio per questo si è unita alle imprese notturne del Capasso per sperimentare una specie di terapia d'urto compensandola con la noiosità delle più rassicuranti pratiche diurne, allo studio.
Quando inizia la decimazione dei colleghi, Capasso si ritrova coinvolto sulla scena dl crimine e inizia a collaborare con l'ispettore Galli. L'unica traccia di cui dispongono è un sigillo finale sui messaggi con la dicitura "ego sum complevi et absolvi": una formula che usavano i tabelliones, cioè i progenitori dei notai nel diritto romano. Dunque, costui è persona di una certa cultura e che sa stilare atti legali ineccepibili, sia pure troppo approssimativi. Ma chi è? Forse un collega insospettabile e ambizioso o solo un emulo con una particolare fissazione? Una cosa è certa: qui il delitto è roba d'alta classe (forense).
L'autore Remo Bassetti - anch'egli manco a dirlo notaio - confeziona un testamento davero godibile e ce lo lascia in eredità per mano di "Cairo Editore"!